Gesù si starà rivoltando nel Sepolcro

Allora, lo vogliamo risanare questo Grande Scisma o no? Senza un infallibile Santo Padre, non stupitevi mica se vi capitano robe del genere:

GERUSALEMME – Dozzine di sacerdoti e fedeli greci ed armeni si sono presi a botte questa Domenica delle Palme presso il più sacro dei santuari della cristianità, per poi aggredire con rami di palma i poliziotti che tentavano di fermare la rissa.

I Monty Python non avrebbero saputo scrivere uno sketch migliore. Passi le due processioni che fanno a pugni (c’era una scena identica fra cattolici francesi ne La Guerra dei Bottoni), ma usare i rami di palma come bastoni? Avessero rappresentato una tale scena a teatro, l’avremmo detta una parodia surreale.

(Extra – Stephen Greydanus aggiunge un particolare ancora più assurdo: pare che la condivisione fra le comunità greca ed armena della chiesa del Santo Sepolcro sia talmente pacifica che le chiavi dell’edificio sono affidate a due famiglie neutrali… musulmane. Tali famiglie si incaricano di aprire e chiudere quotidianamente la chiesa, senza lasciare le chiavi in mani cristiane.

I commenti non bastano. Qui ci vuole una macro:

8 Risposte a “Gesù si starà rivoltando nel Sepolcro”

  1. Tra l’altro l’anno scorso si erano presi a botte nello stesso posto e ogni volta la polizia palestinese deve dividerli.
    complimenti per il Picard: rende bene l’idea. ;)

  2. Sì, stavo giusto Googlando un po’ di informazioni e pare che queste inimicizie siano tutt’altro che nuove… confermando sempre più che “Terra Santa” è un nome carico di nerissima ironia…

  3. dialogo ecumenico frizzante…

  4. freedom Dice:

    Il problema sostanziale è che Gesù non può rivoltarsi nel sepolcro poichè è RISORTO e vive tra noi in noi e per noi nella fattispecie perfetta a cui tutti, te compreso siamo destinati!
    Pace a te

  5. Ad essere pignoli il problema sostanziale è che non può rivoltarsi perché in 2000 anni il suo tessuto muscolare ha avuto tutto il tempo di putrefarsi per bene… ma suvvia, un po’ di licenzia poetica!

  6. VOCABOLARIO MINIMO DEL DIALOGO INTERRELIGIOSO.
    Per un’educazione all’incontro tra le fedi.
    Recensione al libro di Brunetto Salvarani, Vocabolario minimo del dialogo intrerreligioso, EDB 2008. Seconda edizione aggiornata e aumentata

    di LAURA TUSSI

    La pedagogia del dialogo si esplica in percorsi comunitari militanti e pratiche dialettiche di conduzione anagogica verso il cambiamento tra identità e differenza quale metabletica implicita nelle transizioni maieutiche di pluralismi religiosi e nelle interdipendenze di alternative cultuali, quali istanze proteiformi contemporanee presenti nelle società occidentali, nell’ambito di una costante dialettica maieutica di incontro e confronto secondo empatia e passione tra uomini e donne di differenti pratiche teologiche e di fede, dove incontrare l’altro nella sapienza.
    L’”alfabeto dialogico” si dipana e propaga nell’ascolto e nella conoscenza in un orizzonte ecumenico globale a contatto con posizioni interreligiose e confini multietnici e pluriculturali in limitrofe concezioni di decentramento solidale, dove dall’omologia teologica si prospettano divergenze ideologiche e teleologiche, immaginando teorie egualitarie nella concezione di uguaglianza tramite il pensare le differenze, tra equità di opposizioni e contrasto tra posizioni. Dunque “dialogo interreligioso” e racconto intrabiografico, quale prospettiva dialettica costante e connubio dialogico militante tra pluralismi teologici in rievocabili e riattualizzabili ierofanie e fenomenologie teofaniche manifeste come eventi rapsodici nella civiltà occidentale.
    Il dialogo è il presupposto comunicativo tra esseri umani, una modalità relazionale e trasmissiva di contenuti, nozioni e semplici messaggi, come espressione di idee, di valori ed anche sentimenti, emozioni e stati d’animo. Il dialogo diventa però opera di cammino comunitario, di percorso ecumenico, quale intento volutamente costruttivo, quando implica atteggiamenti di accoglienza, nel confronto, nell’interscambio proficuo di identità diverse, in relazioni dialogiche di dinamicità dialettica, nel contenere in sé la diversità di cui l’altro si fa portatore. Accogliere, ma anche tollerare e (perché no?) anche sopportare l’entità altra, la differenza altrui, quale vessillo e memoria che l’”altrui” identità ha effigiata ed impressa nel suo essere “altro” da noi.
    Il dialogo, il confronto, l’interscambio, la condivisione, oltre che a costituire nobili intenti etici, di corretto vivere comunitario, implicano il rapporto con la diversità, nel tollerarla, assimilarla, riconoscerla ed accettarla, farla propria, pur mantenendo le distinte identità degli interlocutori, i caratteri imprescindibili di ogni cultura, di ogni credo, di ogni ideale politico, nel confronto dialettico tra memorie, storie di vita, narrazioni di esperienze, individuali e collettive, dove le ideologie, le fedi, le culture hanno aperto un solco, lasciato un’impronta, depositato un seme da cui germogliano prolifiche idee, innovativi contenuti, fecondi valori.
    La dinamicità dialettica del confronto sottintende atteggiamenti di umiltà, a scanso di equivoci di prepotenza o di imposizione sull’altro, e implica la deposizione, disposta all’ascolto, della propria precipuità e recondita ipocrisia individualistica, alimentando propositi costruttivi rispetto al rapporto con le alterità.
    L’autore considera un’auspicabile “pedagogia del dialogo”, necessaria e di augurabile attuazione in una società multiculturale, multietnica, multiconfessionale. Il cammino di confronto tra le grandi religioni sfocia e progredisce nella concezione ecumenica del concetto di fede: una grande comunità interconfessionale, il mondo intero, in cui si confrontano e coesistono le differenti culture, i credi, i rituali, le cerimonie, per cui dietro a questi aspetti fenomenologici della pratica di culto, sussiste un’unica e imprescindibile entità creatrice del cosmos, un unico Padre, grande e globale, universale punto di riferimento per l’umanità tutta. Questo concetto di matrice prettamente rinascimentale -sviluppato da Pico Della Mirandola e Cusano- e illuministico (Montaigne ed altri) dovrebbe abolire per sempre lo spettro delle lotte interconfessionali e le guerre civili e fratricide, combattute in nome di un simbolo conteso o di uno specifico credo, quale vessillo prepotente e prevaricatore di un’identità su un’altra. Oltre alla pedagogia del dialogo, necessita un’educazione all’interiorità , alla memoria, non solo collettiva, ma anche individuale, un ripensarsi come soggetti portatori di fede e di fedi e di credi, mettendosi in discussione, rivedendo la propria storia di vita, ricostruendo le tappe di formazione dei percorsi del proprio sé e della costituzione delle nostre idee e della nostra identità in base alle relazioni con gli altri da noi. Solo recuperando una dialettica dell’interiorità, potremo ripartecipare la nostra identità precipua e solida e costruita con fatica dialettica e più consapevole, insieme all’altro da noi.
    E’ necessario un primo ripiegamento su se stessi, un ritornare a ripensarsi, un conoscersi di stampo socratico, per far fronte alle avvincenti seduzioni delle logiche del pensiero unico, portatore di schiaccianti mitomanie dell’effimero, con gli esproprianti dettami del mercato e del consumismo capitalista, in metropoli deturpate ed esacerbate da un erroneo progresso. Proprio qui, al centro del mondo industrializzato, dovrebbero risorgere le piazze, le agorà, per incontrarsi tutti, insieme, cattolici, islamici, ebrei ed altri…e costruire il futuro in un pluriverso di idee, culture e fedi, a confronto, nel microcosmo ecumenico dell’agorà e nel macrocosmo del mondo intero, dell’universalità.

    LAURA TUSSI

  7. la macro mi ha ha fatto pisciare dalle risate :-)

    rm

  8. Attenzione: argomentazione poco seria in arrivo. :-D

    Anche su questa notizia si può ancora provare la superiorità del cristianesimo: questi preti folli si piglieranno pure a botte, ma il pellegrinaggio musulmano alla Mecca fa – se non sbaglio – un migliaio di vittime all’anno, giusto l’altro giorno in un tempio indù ci sono state circa cento vittime per una fuga disordinata dai locali… Insomma, nel caos i preti se la cavano solo con qualche livido!

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