Monolocale con angolo lettura #1: Spe Salvi, di Benedictus XVI

Inauguro questa categoria con una recensione/analisi non proprio leggera: giusto oggi è stata data all’HTTP la seconda enciclica di Papa Benedetto XVI, la Spe Salvi (Salvati nella speranza). Dagli autori del ‘nuovo ateismo’ (Dawkins, Harris, Hitchens) è spesso ripetuto come occuparsi di teologia sia tempo perso; io concordo con loro sul piano intellettuale, ma non su quello politico e civile. In altre parole: co’ ’ste merde njaltri g’vem da vivar, sarìa’n fià ben conossarle. Pertanto, accendo il microscopio elettronico e mi accingo ad un’amatoriale esegesi.
I primi dodici paragrafi sono abbastanza noiosi: il pastore che abbaia per radunare il gregge. “Il Vangelo non è soltanto una comunicazione di cose che si possono sapere, ma è una comunicazione che produce fatti e cambia la vita”: si sgrida la truppa indisciplinata, non bastano quei cinque-sei sacramenti e due messe all’anno, dov’è il vostro unum sentire? Si ribadisce l’intelligent design in salsa cattolica (“non le leggi della materia e dell’evoluzione sono l’ultima istanza, ma ragione, volontà, amore – una Persona”); tutta roba già vista, che farà semmai storcere il naso ai cattolici modernisti, ammesso che non si siano tutti suicidati dopo l’ultimo Conclave. Unica nota di colore, una riflessione sull’indesiderabilità della vita (terrena) eterna che sembra uscita dalla penna di Anne Rice – la tarda Anne Rice, tengo a sottolineare.
Ah, ma basta il titolo del 13º paragrafo a far aguzzare le orecchie: “La speranza cristiana è individualistica?” Che non si metta mai a scrivere romanzi gialli, il nostro Joseph, la suspense non è il suo forte. “Questa vita vera… è legata all’essere nell’unione esistenziale con un « popolo » e può realizzarsi per ogni singolo solo all’interno di questo « noi »”, extra ecclesia nulla salus, fa sempre piacere sentirselo ripetere. Naturalmente non si tratta soltanto di indossare la coccarda giusta per passare l’esame d’ammissione di San Pietro, e poco dopo ciò viene messo in chiaro: “Questa visione… ha di mira, sì, qualcosa al di là del mondo presente, ma proprio così ha a che fare anche con la edificazione del mondo – in forme molto diverse, secondo il contesto storico e le possibilità da esso offerte o escluse”. Realpolitik degna di Kissinger.
Ma subito dopo arriva una chicca anche migliore: si mette a fuoco lento Francis Bacon, per la sua difesa della supremazia della tecnica sulla natura, oltraggio allo stato di “caduta dalla grazia” nel quale, secondo il marchio cristiano più specializzato nel senso di colpa, ogni uomo si trova ancora. Naturalmente non c’è gusto nel tormentare un uomo che sta nella tomba da tre secoli – troppo facile! – e pertanto il nostro B16 si sposta verso due avversari coi controcoglioni: Ragione e Libertà. Poffarbacco.
“Il progresso è soprattutto un progresso nel crescente dominio della ragione e questa ragione viene considerata ovviamente un potere del bene e per il bene. Il progresso è il superamento di tutte le dipendenze – è progresso verso la libertà perfetta. Anche la libertà viene vista solo come promessa, nella quale l’uomo si realizza verso la sua pienezza.”
Beh, è un’eresia come tante, no? Cos’ha di speciale? Ha che “in ambedue i concetti – libertà e ragione – è presente un aspetto politico. Il regno della ragione, infatti, è atteso come la nuova condizione dell’umanità diventata totalmente libera”. Concorrenza intollerabile – la civitas Dei sostituita dalla civitas Rationis, scherziamo? Ma continuiamo: “Le condizioni politiche di un tale regno della ragione e della libertà, tuttavia, in un primo momento appaiono poco definite. Ragione e libertà sembrano garantire da sé, in virtù della loro intrinseca bontà, una nuova comunità umana perfetta.” Non sorprende che Ratzinger non capisca una mazza di liberalismo: per chi lo ignorasse, nessuno si sogna che uno Stato minimo crei alcunché di perfetto – per il semplice motivo che ‘perfetto’ è un concetto così soggettivo che l’idea di legiferarlo è ridicola. Tale accusa può semmai essere rivolta a giacobinismo e marxismo… appunto, mi pareva! Paragrafo 19: la Rivoluzione Francese mirava al Regno di Dio, ma fallì, lo dice Kant. Paragrafi 20-21: il marxismo mirava al Regno di Dio, ma fallì, lo dico io (perché il suo sistema economico-politico era una cazzata immane? No, no, anzi, l’economia andava benone, è solo che aveva dimenticato lo Spirito. Pazienza che la Cina ha ancora meno Spirito dell’URSS, eppure con un’economia migliore ci sta facendo il culo a tutti.)
Avendo presentato l’errore, si passa alla retta via: la libertà-felicità-verità (ché tanto si sovrappongono) “deve sempre di nuovo essere conquistata per il bene”, “l’uomo non può mai essere redento semplicemente dall’esterno”. Bene, quindi lasciamo a Cesare quel che è di Cesare, no? Manco po’ cazzo: “La scienza può contribuire molto all’umanizzazione del mondo e dell’umanità. Essa però può anche distruggere l’uomo e il mondo, se non viene orientata da forze che si trovano al di fuori di essa.” Ce le ricordiamo benissimo quelle forze, santità, nei loro sai bianchi e mantelli neri.
Attenzione, però, B16 si para il culo contro una facile accusa, quella di essere ricaduto nell’individualismo di cui sopra. Non solo, ma come Jigen con la sua katana la devia contro i cattivi: “Così la speranza biblica del regno di Dio è stata rimpiazzata dalla speranza del regno dell’uomo, dalla speranza di un mondo migliore che sarebbe il vero « regno di Dio ». [..] Ma nel corso del tempo [..] ci si rese conto che questa era forse una speranza per gli uomini di dopodomani, ma non una speranza per me. E benché il « per tutti » faccia parte della grande speranza – non posso, infatti, diventare felice contro e senza gli altri – resta vero che una speranza che non riguardi me in persona non è neppure una vera speranza. E diventò evidente che questa era una speranza contro la libertà, perché la situazione delle cose umane dipende in ogni generazione nuovamente dalla libera decisione degli uomini che ad essa appartengono.” Una sintesi efficace potrebbe essere: gli adoratori del progresso sbagliavano perché erano sì collettivisti, ma non raggiungendo il nocciolo dell’uomo non arrivavano al totalitarismo come facciamo noi (lo dice Pio XII, n.d.A.).
Dopo averci donato tante interessanti riflessioni, bisogna pure metterci qualcosa per le vecchiette sgranatrici di rosari, ed ecco pronte tre-quattro paginette su preghiere e sofferenze, che confesso di aver scorso rapidamente. Vale al massimo la pena di evidenziare come, a quanto pare, la società possa (debba) solo accettare i sofferenti, compatirli e sostenerli – la cura non è contemplata Oltretevere. O soffri con noi, o soffri da solo, tertium non datur.
Ma il nostro pastore tedesco stava solo riprendendo fiato, e affrontando il tema del Giudizio ritorna alla carica su temi scottanti. Dopo una breve lode della funzione di questo spauracchio questa attesa nei tempi passati, un filo logico abbastanza tenue lo porta ad attaccare l’ateismo e la sua teodicea (o mancanza di tale): “Se di fronte alla sofferenza di questo mondo la protesta contro Dio è comprensibile, la pretesa che l’umanità possa e debba fare ciò che nessun Dio fa né è in grado di fare, è presuntuosa ed intrinsecamente non vera… Un mondo che si deve creare da sé la sua giustizia è un mondo senza speranza”. A me pare che stia sparando un po’ a casaccio, perché tali pseudo-argomenti potrebbero benissimo essere posti a difesa neanche dell’anarchia, ma della legge del più forte: subisci, che tanto la Giustizia non è di questo mondo.
Sarò sincero: mi attendevo che ci piazzasse un bell’appunto sull’origine rivelata della legge morale. Invece B16 mi sorprende, e con tono da asceta del IV secolo invoca nell’ordine Adorno, il Crocifisso, Dostoëvskij, Platone e la parabola del ricco epulone come trampolini di lancio per una disquisizione su purgatorio, fiamme dell’inferno e preghiere per i defunti che sarebbe parsa un lume di speranza cent’anni fa, ma al giorno d’oggi rimedia una figura grottesca a paragone di certe teorie un poco più gioiose, tipo quella dell’Inferno disabitato. Poi, di punto in bianco, si chiude! con una striminzita paginetta su Maria “stella di speranza” da catechista di provincia, che pare riciclata da uno scarto di omelia del suo predecessore. Anti-climax.
Insomma, le novità sono poche in questa Enciclica (ma sempre più che in Deus Caritas Est). Certo, c’è l’attacco a marxismo e illuminismo, che giustamente dà sui nervi a JimMomo, ma nessuno che legga qualcosa di diverso da Repubblica ne resterà sorpreso. Personalmente, trovo interessante una certa puzza di ascetismo che permea questa lettera – eccetto il passaggio di ‘realpolitik’ citato in alto, B16 mostra un insolito fastidio verso il mondo (è troppo effimero per chiamarlo spregio). Va bene che non si può parlare di speranza senza toccare la disperazione, ma non siete calvinisti, la dottrina sociale esiste per un motivo, eppure lui la menziona solo per quanto riguarda il consolare gli afflitti. Occhiali tinti di fede a parte, la lettura di Korazym.org (“Più Cristo, meno Chiesa”) mi trova sostanzialmente d’accordo. E così, una speranza B16 l’ha data anche a me: se pure la strategia attuale è l’esatto contrario del non expedit, che la direzione imboccata sia quella di una Chiesa seriosa, dolente, ultraterrena, e prima o poi (si spera prima) anche vecchia e minoritaria?
30 Novembre 2007 a 20:40
[...] da leggere i commenti di Nihil – che ha appena ripreso a bloggare, finalmente - e di [...]
30 Novembre 2007 a 20:44
sottoscrivo la speranza per la chiusa…
complimenti per il commento.
30 Novembre 2007 a 21:09
io una domanda mi sono posto: ma a uno non può fregare meno di zero dell’essere redento?
30 Novembre 2007 a 23:19
Ottimo post, davvero.
1 Dicembre 2007 a 0:44
letto e riletto con piacere e ammirazione.
1 Dicembre 2007 a 1:40
Nella foto B16 sembra Batman che cala co mantello aliante sui cattivi di Gotham City.
1 Dicembre 2007 a 5:20
@raser: Io m’incazzerei se qualcuno mi redimesse senza permesso, fa un po’ tu.
@malvino, anskij: Grazie. Detto da due bloggers di tale calibro, fa estremamente piacere.
@fab: Chiedi a Google un’immagine di Benedict XVI e farai fatica a trovarne una seria.
1 Dicembre 2007 a 9:21
Bella esegesi. Complimenti.
1 Dicembre 2007 a 9:31
Scusa l’Ot, ma non ho la mail e mi sono dimenticata di aggiungerlo prima: appena scoperto il blog via Capemaster che ti citava, ti ho linkato immediatamente. Ciao.
1 Dicembre 2007 a 13:17
@galatea: Sapevo di aver dimenticato qualcosa! E-mail inserita, pregando che il filtro antispam di Gmail funzioni bene quanto dicono.
1 Dicembre 2007 a 19:57
[...] già affrontato quest’obiezione nell’incipit del mio post, ma mi accorgo di averlo fatto in dialetto veneto, che obbiettivamente fa molto chic (gli estremi [...]